Joaquín Navarro-Valls era convinto che la santità e l’ironia sono sempre inseparabili. Lo storico portavoce di San Giovanni Paolo II sosteneva, infatti, che non esistono santi che non siano ironici. E che se nelle loro biografie non si parla dell’umorismo ci sono soltanto due spiegazioni: o non è stata narrata correttamente la loro vita, oppure non sono santi. Identica è la convinzione di Papa Francesco che ha scritto: “Ordinariamente la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in San Tommaso Moro, in San Vincenzo de’ Paoli o in San Filippo Neri. Il malumore non è un segno di santità”. E ha aggiunto: “Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza”.

Sarà per questo motivo che padre Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia, ha raccolto in un libro intitolato Il prete e la gioia (San Paolo) le riflessioni don Alessandro Pronzato, recentemente scomparso. Quest’ultimo ha scritto più di centotrenta libri, tradotti in varie lingue, due dei quali sono stati donati da Papa Francesco a Fidel Castro durante il viaggio a Cuba del 2015. Pronzato non ha dubbi sul rapporto che ci deve essere tra la gioia e il prete. “Alla domenica cristiana – scrive il sacerdote – manca soprattutto la connotazione, che dovrebbe essere fondamentale, della gioia. E la gioia manca soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, che spesso – anche per colpa di chi la presiede – è qualcosa di freddo, smorto, compassato, arido, cupo, triste, anonimo, privo di spontaneità”.

Pronzato ricorda che “in Spagna, quando la corrida è deludente – personalmente la trovo sempre, non soltanto deludente, ma ripugnante – i cronisti commentano: ‘La gente stava come a messa’. Ossia, si annoiava, non aveva alcun interesse. Il vuoto di gioia nella celebrazione eucaristica si ripercuote inevitabilmente sul resto della domenica (e della settimana). Ci sono credenti che riescono a gustare veramente la gioia della domenica solo quando vince la squadra del loro tifo”.

Nel volume curato da Sapienza ci sono anche numerose e dure critiche che Pronzato rivolge agli uomini di Chiesa. A un confratello scrive: “Qualche tempo fa mi hai confidato che la gente non ti perdona il fatto di accettare denaro da individui ambigui (mafia e dintorni). Ti giustifichi dicendo che quei soldi del diavolo servono a realizzare opere di bene. Quale equivoco! Tu confondi quel denaro sporco con l’incenso. Ma l’incenso sale al cielo, mentre quei soldi vanno a finire nella fogna. Quindi, se mi permetti, anch’io mi metto nella lista di coloro che si scandalizzano. E ti dico, ‘fraternamente’, vergognati”.

Pronzato se la prende anche con i vescovi. “Tutti sanno – scrive a un presule – che lei non è allergico alla vanità con annessi e connessi. Porta una croce con al centro una pietra grossa come un pugno e al dito un anello con pietruzze sberluccicanti. Questione di gusti. Se lei ama queste cose discutibili, non sarò io a condannarla. Debolezze ne abbiamo tutti. Però mi permetto di sottoporle un esempio nel senso contrario. Si tratta del cardinale Journet”. Il sacerdote racconta che quando, in età avanzata, gli diedero la porpora, “sembrava che lo avessero offeso moralmente. Si vergognava a uscire per strada. Ma tutti sapevano. Al mattino, andava a celebrare messa in un convento di suore di clausura. La prima volta la suora portinaia, per quanto le consentissero i reumatismi e l’artrosi, si profuse in un inchino profondo, dicendo: ‘Sia lodato Gesù Cristo, vostra Eminenza reverendissima’. Lui la minacciò: ‘Se lei mi chiama ancora Eminenza, io la chiamerò signorina’.

Un giorno i notabili della città si recarono nel suo studio a rendergli omaggio. Dopo un breve e imbarazzante colloquio quelli chiesero: ‘L’aneau!’, l’anello. Volevano baciarlo ma lui non lo portava al dito. Allora Journet, imperturbabile, tirò fuori l’anello da un cassetto della scrivania. Lo porse al primo ospite perché lo passasse agli altri. Alla fine si riprese l’anello e lo ripose nel cassetto. Quando si dice la modestia”. Una testimonianza che piacerebbe molto oggi a Papa Francesco.

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