La Corte costituzionale deciderà mercoledì 25 settembre la punibilità dell’aiuto al suicidio. Ma l’associazione medici cattolici italiani (Amci) fa già sapere che nel caso il Parlamento “legiferasse a favore del suicidio medicalmente assistito” ci sono “almeno 4mila medici cattolici pronti a fare obiezione di coscienza“. Giuseppe Battimelli, in un’intervista all’Ansa, sostiene che sarà questa la risposta dei camici bianchi iscritti all’associazione ad un’eventuale legge sulla materia. Un intervento che arriva il giorno dopo la pronuncia della Cei: i vescovi dicono no all’eutanasia ma anche il suicidio medicalmente assistito. Un’ipotesi quella dell’introduzione normativa del suicidio medicalmente assistito prospettata già nell’ordinanza con cui l’anno scorso la Consulta invitava il Parlamento a intervenire: coordinate precise come la irreversibilità della patologia, la sofferenza, la capacità di intendere e di volere e la necessità di un presidio per il sostegno vitale. Condizioni in cui, per esempio, si trovava Fabiano Antoniani.

La questione, spiega, “non riguarda solo i medici cattolici: la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri Fnomceo si è infatti già pronunciata sull’argomento nei mesi scorsi con vari documenti, che indicano come al medico, anche alla luce del Codice deontologico, è vietata ogni forma di suicidio assistito o eutanasia“. Questo, ovviamente, precisa, “non significa che il medico non debba seguire con costanza il paziente in condizioni critiche. Anzi, il medico deve essere sempre a fianco del malato ed in questi casi di estrema gravità lo è applicando i protocolli della terapia del dolore, delle cure palliative e dell’assistenza continua fino alle ultime fasi della vita“.

Sul punto la Consulta, ancora nell’ordinanza dell’anno scorso, aveva però individuato una violazione del principio di uguaglianza. La legge 219 – quella successiva all’intervento della Cassazione dopo il caso Englaro – consente anche il rifiuto dei trattamenti di sostegno vitale e prevede in tal caso la possibilità, per il malato, di accedere alla sedazione palliativa profonda. La norma non prevede però a chi si trovi nelle condizioni di DjFabo una scelta ulteriore, che escluda la sedazione palliativa profonda in favore di un percorso volto ad accelerare la morte. Ed è per questo che, come ha spiegato la giurista Carmen Salazar al fattoquotidiano.it, secondo i giudici hanno individuato una “disparità di trattamento e la conseguente violazione del principio di uguaglianza”.

Ad ogni modo secondo Battimelli, “l’orientamento della Fnomceo è chiaro e preciso e moltissimi medici, non solo quelli cattolici, si richiamano ai valori espressi dalla stessa Federazione. Credo che la grande maggioranza dei medici italiani avrebbero difficoltà ad applicare il suicidio assistito e credo che abbraccino la nostra posizione”. Tanto più come “medici cattolici – chiarisce Battimelli – rifiutiamo qualunque forma di agevolazione al suicidio”. Per l’Amci, il suicidio medicalmente assistito, pratica che prevede l’autosomministrazione del farmaco da parte del paziente stesso ma sotto il controllo del medico, non differisce nella sostanza dall’eutanasia, procedura nella quale è invece il medico a somministrare il farmaco letale al paziente: “Auspichiamo che non venga dunque ammesso nel nostro ordinamento il suicidio medicalmente assistito che, in pratica, equivale all’eutanasia”.
D’altronde, ricorda, “la stessa Corte Costituzionale ha stabilito che il legislatore debba comunque prevedere la possibilità di obiezione di coscienza nel caso del suicidio assistito, da effettuare soltanto nelle strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale. E su una questione così complessa e delicata non potrebbe essere altrimenti”.

L’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri nell’esprimere la posizione di Palazzo Chigi davanti alla Corte Costituzionale ha chiesto che si concili “la necessità di risolvere un caso così doloroso con la necessità di non elidere del tutto la possibilità di eventuali future regolazioni normative”. Vale la pena ricordare che nel corso del tempo sono stati moltissime le persone che hanno rivendicato il diritto di morire in quello che fino a poco tempo fa era un deserto legislativo. Sono le storie di chi, malato senza scampo, ha cercato fino alla fine di morire legalmente aprendo una breccia nel sentimento comune e introducendo anche in Italia la discussione sul fine di vita. Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli, Eluana Englaro, Walter Piludu e infine Fabio Antoniani. Nel 2018 c’è stato il primo caso di morte assistita in Italia: Patrizia Cocco, 49 anni di Nuoro, affetta da Sla, manifesta la sua volontà di rinunciare alla ventilazione assistita meccanica. Dopo la sedazione profonda fu estubata. Sono 761 le persone che, dal 2015, si sono rivolte all’Associazione Luca Coscioni per chiedere informazioni su come ottenere il suicidio assistito all’estero: di queste, almeno 115 si sono poi effettivamente rivolte a cliniche in Svizzera ma alcuni tra questi malati hanno successivamente cambiato idea.

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