di Stella Saccà

Sì, ritengo che esprimersi riguardo Unposted di Chiara Ferragni sia banale. Credo che sia per i radical chic ciò che lo spritz è per i giovani in orario aperitivo e per tutti gli altri un argomento di conversazione imprescindibile come un malanno a fine settembre. Ma, dopo aver letto innumerevoli sfoghi degli addetti ai lavori del cinema italiano, delle giovani che ritengono che la loro vita faccia schifo, dei ragazzi che non si sentono fighi perché non hanno il guardaroba di Fedez ma al massimo quello dell’amico del fratello maggiore ingrassato, o dimagrito, ho pensato che forse tutto questo non è altro che un cane che si morde la coda da anni.

Premetto che non amo lo stile di Chiara, preferisco quello di altre blogger più minimal, e riconosco che oggi le blogger dettano la moda. La pubblicità va dove ci sono occhi che guardano, dove bazzicano i consumatori. Instagram è oggi ciò che la tv generalista era negli anni 50, e far indossare o usare qualcosa alle blogger equivale a 30 secondi di spot tra il telegiornale e Striscia la Notizia negli anni 90. Niente di male quindi, è il cambiamento dei tempi.

Seguivo anche io Chiara, ma ho smesso: perché i suoi contenuti non sono più legati al mondo della moda, ma sono basati ormai soprattutto sulla sua vita personale e non lo ritengo interessante. Allora mi sono chiesta, al di là della moda, cosa possa attrarre 17 milioni di persone. La risposta che mi sono data è che tutti abbiamo un motivo per voler essere Chiara Ferragni. Giovane, bella, simpatica, ricca, innamorata, amata, pagata per fare una foto, mostrare vestiti e viaggiare. Chi non vorrebbe essere Chiara?

Ci accontenteremmo anche di essere il suo cane, credo. O di avere un compagno/a con un cognome che una volta fatta la crasi con il nostro abbia un suono esotico. Tutti vorrebbero essere Chiara, anche quelli che pensano di no. Io, ad esempio, vorrei essere Chiara per avere una madre che pubblica un libro con un’importante casa editrice, così poi magari lo pubblicano anche a me che sono la figlia, e un padre dentista perché sono fissata con i denti. I miei vorrebbero essere Chiara per viaggiare comodi in aereo, mia cugina per avere il personal trainer, il mio amico Davide per avere un fidanzato cantante. Inutile dire quanto le giovani vorrebbero essere Chiara per il suo guardaroba. Anche le sue colleghe blogger vorrebbero essere lei per la quantità di followers!

E gli amanti dei viaggi? Magari fossero Chiara! E i miei amici attori? Magari un red carpet a Venezia! Quindi, perché arrabbiarsi se il suo documentario ha incassato più di 500mila euro in un giorno (record per un documentario), perché arrabbiarsi se da anni cerchiamo di farci leggere un soggetto da un produttore italiano, perché arrabbiarsi se il film del nostro amico non ha una distribuzione?

Non ci arrabbiamo per il fatto che andiamo a votare, ma poi in realtà il governo viene nominato dal Presidente della Repubblica su una proposta di maggioranza che può cambiare in qualsiasi momento, e ci arrabbiamo perché la gente preferisce il documentario di Chiara Ferragni a Martin Eden? Dove sta la sorpresa? Arrabbiarsi per questo è più banale che parlare di questo. Siamo cresciuti con programmi che ci hanno fatto spiare la gente comune, poi i personaggi famosi, poi quelli comuni che diventano famosi, poi i famosi che non conosce nessuno. Ci siamo mai arrabbiati per questo? Ci siamo mai arrabbiati per la mancanza di alternativa a questo?

E allora non prendiamocela con Chiara. Prendiamocela con chi non spiega che Chiara è l’eccezione e che pensare che si possa da grande essere lei è come investire sul vincere al Superenalotto, che per essere Chiara bisogna avere in fase di partenza dei requisiti specifici (ad esempio non essere poveri), che di solito il lavoro è fatto di almeno otto ore, routine e fatica. Chiara è Chiara e noi non possiamo far altro che ragionare sul perché vogliamo essere Chiara, e sul perché no.

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