Luigi Di Maio languiva in crescenti ambasce. Era o non era lui il capo politico dei Cinquestelle? Eppure nessuno sapeva dargli istruzioni pratiche sul come tutelare la sua sacra unzione, avvenuta sul fonte battesimale secondo rito di San Gennaro e la benedizione di Rousseau.

Gli abbaiamenti di Beppe Grillo diventavano sempre più criptici (anche se il suo riferimento alla “poltronofilia” non era poi così incomprensibile), lo sguardo assente di Casaleggio – detto Davide il Silenziario – sottolineava l’inespressività del personaggio. Intanto il giovanotto in carriera continuava a collezionare sberle: non c’era più Matteo Salvini a “stalkizzarlo”, però era stato mandato “a spendere” con le sue pretese di vice-premierato.

Piazzato come contentino al ministero degli Esteri per le sue ben note competenze linguistico-diplomatiche, veniva sostituito dal premier Giuseppe Conte nei pranzi di lavoro con ospiti illustri per evitargli gaffe (tipo storpiare il nome del presidente cinese in “Ping”, scambiato per un cultore del tennis da tavolo); le rilevazioni dell’apprezzamento pubblico segnalavano uno stato dell’arte tipo infrastrutture affidate alla gestione di Autostrade.

Intanto Conte si prendeva la scena a scapito di chi lo aveva lanciato nell’empireo della politica come semplice mediatore professionale nella gestione del contratto tra le due parti gialloverdi. Un signor nessuno che ora incassava il massimo apprezzamento pubblico; anche per lo stile genovese/british appreso dal suo maestro e mentore – il professore Guido Alpa – a fronte del look bancario del Di Maio.

Cosa fare? Il ragazzo meraviglia di Pomigliano d’Arco confidava di trovare le risposte recuperando le proprie radici: abbeverandosi all’antico sapere politico partenopeo di scuola democristiana, che già aveva approcciato nei corsi di “politica e triccheballacche” presso la Link University presieduta da Vincenzo Scotti; detto Tarzan ai tempi della Dc per come saltava da una corrente all’altra a mo’ di liane.

Me lo sono immaginato concordare un incontro con Clemente Mastella da Ceppaloni, un vero maestro dell’arte. L’abboccamento era al Vomero presso la “Casa di riposo per pazzarielli politici multi-faccia”. L’antico addetto stampa di Ciriaco De Mita, poi pendolare tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi, sedeva a un tavolino della sala riunioni giocando al suo gioco di carte preferito – rubamazzo – con un altro ospite sinistrato dell’Istituto. La mascella deragliata alla Totò lo fece subito riconoscere: Antonio Bassolino da Afragola.

Vedo Di Maio avvicinarsi a questi manifesti viventi dell’arte politica con quell’inconfondibile sorriso da paresi che nasconde il congenito imbarazzo. “Che vulisse guaglio?’” gli chiese il Mastella. “Eccellenze, potete dirmi dove trovavate ispirazione per mantenere il potere tanto a lungo?”. Come una sola voce il duo attempati rispose: “Andavamo a chiedere consiglio al Mago di Fuorigrotta, che ci ispirava con le carte e le evocazioni dei geni politici napoletani del passato”.

Sicché il giovane ministro in cerca d’autore si trovò a Fuorigrotta davanti alla porta del celebre chiaroveggente. “Io…” “So tutto”, lo interruppe quello, facendo subito ballare il tavolo a tre gambe. “Ecco qua signurì, papà e figlio Gava, Silvio e Antonio al vostro cospetto”. “Che dicono?” “Ridi meno e nun scassare la minchia con il taglio dei parlamentari. Che significa meno notabili da omaggiare per ottenere favori”.

Ma subito dopo un altro arrivo: nientemeno che il maestro dei maestri: il comandante Achille Lauro, mitico sindaco di Napoli regalando a tutti gli elettori una scarpa prima del voto e l’altra a elezione ottenuta. “Che dice?”. “Dice di fottertene della legge finanziaria. Prometti meno tasse: per un po’ la gente ci crede e tu sali nei sondaggi”.

Grazie a questi formidabili suggerimenti, Di Maio stroncò immediatamente la proposta stile europeo del premier Conte di tassare merendine e bevande gassate per finanziare la scuola pubblica. Una disfida sull’alimentazione, pro o contro obesità, che fece scricchiolare il governo nascente. D’altro canto i vivi e i morti che avevano consigliato l’aspirante statista Luigino erano tutti noti “sfasciacarrozze“.

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