“Vorrei delle tasse di scopo: per esempio sulle bibite gassate e sulle merendine o tasse sui voli aerei che inquinano“. Le proposte del neo ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti (intervistato da ilfattoquotidiano.it nel 2016 quando era ancora professore ordinario di Economia e Politica all’Università di Pretoria in Sudafrica) sono il primo tema diventato oggetto di discussione del nuovo governo, ancor prima del giuramento. “L’idea è: faccio un’attività che inquina (volare), ho un sistema di alimentazione sbagliato? Metto una piccola tassa e con questa finanzio attività utili, la scuola e stili di vita sani”, ha dichiarato Fioramonti giovedì al Corriere della Sera. Provvedimenti che, in realtà, esistono in molti paesi europei e non solo. Nel Regno Unito è già in vigore da anni la “tax on sugar” per ridurre l’obesità, mentre quella sulle bibite gassate è stata adottata da diverse città americane era stata anche stata proposta da Obama per finanziare la riforma sanitaria. La tassa sui voli è già stata introdotta in Francia e Svezia per incentivare all’uso di mezzi alternativi e meno inquinanti. E proprio nel Paese dell’attivista green Greta Thunberg – che ha raggiunto New York in barca a vela per non produrre emissioni – è nata anche una parola, flygskam, che indica la “vergogna” di spostarsi prendendo aerei.

Tassa su cibi e bevande zuccherate – In Italia la “sugar tax” era già stata votata dalla commissione Finanze per essere inserita nell’ultima legge di bilancio. Era destinata a coprire l’esclusione del regime Irap per le partite Iva fino a 100mila euro, ma la Lega si è opposta e alla fine è saltata. Ad averla riproposta però, per combattere obesità e diabete, sono stati 340 tra medici, pediatri e nutrizionisti, che hanno scritto a febbraio all’ex ministro della Sanità Giulia Grillo “per chiedere una tassa del 20% sulle bibite zuccherate da destinare a progetti di educazione alimentare. Ma finora – aveva detto Walter Ricciardi, presidente della Federazione Mondiale delle Associazioni di Salute Pubblica (Wfpha)- non ha avuto riscontro”. Sono tanti i Paesi nel mondo in cui è già realtà: dopo il report del 2015 nell’Organizzazione mondiale della sanità che dava conto degli effetti negativi degli zuccheri sulla salute, la “sugar tax” è stata introdotta in 20 paesi e oggi sono circa 35 gli stati o le città ad averla adottata.

In Europa, la pioniera è stata la Norvegia, che l’ha introdotta nel 1922 e ha deciso di aumentarla nel 2018 sia per i prodotti confezionati, sia per le bevande. In Ungheria è legge dal 2011, e ha fatto registrare una flessione media del 20% dei consumi di bevande zuccherate. La tassa presente anche in Gran Bretagna, Catalogna (Spagna), Francia, Irlanda, Belgio, Estonia, Portogallo e Finlandia. Il Giappone e lo Stato del Kerala in India hanno invece dato il via libera a una “fat tax” sui cibi che contengono una quantità eccessiva di grassi saturi. Una misura che in Danimarca – dove si applicava su burro, latte, formaggio, pizza, olio e carne – è stata abolita nel 2013 perché molto impopolare, così come quella sulle bibite zuccherate che era stata introdotta nel 1930. Guardando oltreoceano, negli Stati Uniti sono state Berkeley nel 2015 e Philadelphia nel 2017 le prime due città ad avere introdotto la “soda tax”, che colpisce le bevande zuccherate. Anche San Francisco, Oakland e Albany in California, Boulder in Colorado, Cook County in Illinois, Seattle nello Stato di Washington e Portland in Oregon l’hanno introdotta negli ultimi anni. Città dove la misura è spesso passata a larga maggioranza. Cosa che però non è successa a livello federale. Nel 2009 Obama aveva infatti tentato di introdurla per finanziare la riforma sanitaria, ma la proposta è stata affossata anche dalla pressante attività lobbistica portata avanti dalla coalizione “Americans Against Food Taxes”. Includeva produttori di soft drinks, fornitori e big della ristorazione come McDonald’s e Domino’s Pizza, oltre a una galassia di associazioni e gruppi di latini tra cui anche la National Hispanic Medical Association, di cui sono soci 36mila medici che si occupano di obesità e diabete. Tutti problemi che negli Stati Uniti riguardano milioni di latino-americani. Secondo gli anti “soda tax”, la tassa avrebbe ingiustamente colpito le fasce più povere della popolazione. Che, però, corrispondono a quelle con maggiori problemi di salute. Anche il Sudafrica e gli Emirati hanno introdotto tasse sui soft drinks, così come – tra gli altri – Filippine, Cile, Barbados e Tonga. L’ultima è stata ad agosto la Malesia, un paese dove l’obesità grava sul 19% della spesa sanitaria.

La tassa sui voli – A livello mediatico, a sensibilizzare negli ultimi mesi sull’impatto dei voli sull’ambiente è stata Greta Thunberg, che ha raggiunto su uno yacht a emissioni zero la costa atlantica per partecipare al summit dell’Onu sul clima il 23 settembre. Ma in Francia il tema dell’inquinamento dei voli e la relativa necessità di fare fronte ai cambiamenti climatici sono già stati tradotti in un’ecotassa. Introdotta a luglio, prevede che dal 2020 venga applicata a tutte le compagnie aeree. Si applica solo ai voli in partenza dalla Francia – ma non verso la Corsica, i territori francesi d’Oltremare e gli scali – e non a quelli in arrivo, sarà di 1,50 euro in classe economica per i voli interni ed europei e di 9 euro per i voli in business. Quanto ai collegamenti extra-Ue, saranno da pagare 3 euro in economica e 18 in business. Il governo prevede che l’applicazione della tassa possa tradursi nell’entrata di 182 milioni di euro nelle casse dello Stato già a partire dal 2020. Tutti da investire nella sostenibilità e in trasporti meno inquinanti.

Ma è la Svezia, paese di Greta, dove c’è avanzata e diffusa consapevolezza sui danni prodotti dalle emissioni del trasporto aereo. Oltre ad avere introdotto la relativa tassa nel 2018, che grava sulle compagnie ed è calcolata per numero di passeggeri, gli svedesi hanno addirittura inventato una parola ad hoc per definire la “vergogna di volare”. È flygskam, quell’imbarazzo misto a senso di colpa che si prova a prendere un aereo perché si è consapevoli dell’impatto ambientale delle proprie azioni. Un termine che sui social è stato accompagnato dall’hashtag #jagstannarpåmarken, traducibile con “resta a terra”. In un sondaggio fatto a giugno dalle ferrovie svedesi, il 37% degli intervistati ha dichiarato di scegliere il treno al posto dell’aereo. Una percentuale che ad autunno 2018 era del 26% e del 20 a inizio anno. Risposte che si riflettono anche sul volume di passeggeri nelle stazioni dei treni, che ha registrato un aumento dell’8% da gennaio ad aprile 2019 e del 12% nello stesso periodo per quanto riguarda i viaggi di lavoro. Da gennaio ad aprile, inoltre, il numero di passeggeri svedesi negli aeroporti è diminuito dell’8% e del 3% in tutto il 2018.

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